Salta al contenuto
404 Name Not Found

Avvocati e studi legali

AI Act per studi legali: obblighi, rischi e cosa fare davvero

Sonia MilanAutrice per Il Sole 24 Ore

Sì, gli studi legali rientrano nell'obbligo. Se lo studio usa un qualsiasi sistema di intelligenza artificiale nel lavoro quotidiano (anche solo ChatGPT per una bozza) è un “deployer” ai sensi dell'AI Act, e l'articolo 4 gli impone di adottare misure volte a sostenere lo sviluppo dell'alfabetizzazione AI di chi lo utilizza. Dal 27 luglio 2026 la formulazione è quella riscritta dal Regolamento (UE) 2026/1744, che non impone di garantire un livello specifico per alcuna persona.

Gli studi legali sono fra i soggetti più esposti dell'intero perimetro dell'AI Act, e fra i meno preparati. La combinazione è pericolosa: l'intelligenza artificiale generativa è entrata negli studi più velocemente di quasi ogni altra tecnologia degli ultimi vent'anni, spesso dal basso, per iniziativa dei singoli, senza policy, senza governance e senza che il titolare sappia con precisione chi la usa e per cosa.

Questa guida spiega che cosa impone la norma, che cosa serve fare in concreto, e dove si concentra il rischio reale, che non è quello che la maggior parte degli studi si aspetta.

Perché uno studio legale rientra nell'obbligo

L'articolo 4 del Regolamento UE 2024/1689, nella formulazione in vigore dal 27 luglio 2026, obbliga fornitori e deployer di sistemi di AI ad adottare misure volte a sostenere lo sviluppo dell'alfabetizzazione in materia di AI del proprio personale.

La parola che sfugge quasi sempre è deployer. Non significa "chi sviluppa l'AI": significa chi la utilizza nell'esercizio della propria attività. Uno studio che usa ChatGPT per riassumere una sentenza, Copilot per redigere una mail, o un gestionale con funzioni di AI integrate è a tutti gli effetti un deployer.

L'articolo 4 si applica a tutti i sistemi di AI, indipendentemente dalla classe di rischio. Non serve che lo studio usi un sistema ad alto rischio: basta che usi l'AI.

Non ci sono soglie dimensionali. Uno studio di trenta professionisti e uno studio individuale hanno lo stesso obbligo; cambia la proporzionalità delle misure, non la loro necessità.

All'obbligo europeo se ne somma uno italiano, in vigore dal 10 ottobre 2025 e specifico per le professioni intellettuali: l'articolo 13 della legge 132/2025 impone di comunicare al cliente le informazioni sui sistemi di AI utilizzati «con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo», e ammette l'AI nelle sole attività strumentali e di supporto, con prevalenza del lavoro intellettuale del professionista. Nella pratica si assolve con una clausola informativa nel mandato.

Le date che contano

DataCosa succede
1 agosto 2024L'AI Act entra in vigore
2 febbraio 2025Diventano applicabili le pratiche vietate (art. 5) e la prima formulazione dell'art. 4
2 agosto 2025Governance, designazione delle autorità nazionali, regime delle sanzioni, modelli per finalità generali
27 luglio 2026Entra in vigore il Regolamento (UE) 2026/1744, il Digital Omnibus: l'art. 4 è riscritto
2 agosto 2026Si applicano gli obblighi di trasparenza dell'art. 50
2 dicembre 2026Nuove pratiche vietate, e marcatura dei contenuti sintetici per i sistemi immessi sul mercato prima del 2 agosto 2026
2 dicembre 2027Sistemi ad alto rischio autonomi (Allegato III)
2 agosto 2028Sistemi ad alto rischio integrati in prodotti regolamentati (Allegato I)

In Italia la vigilanza è della legge 132/2025, che ha designato AgID e ACN: i decreti che attribuiscono loro i poteri sanzionatori del regolamento sono stati approvati in via definitiva il 4 agosto 2026. Il quadro completo sta nella guida alla legge 132/2025.

Il rischio vero non è la sanzione

Nei materiali commerciali sulla formazione AI Act questa parte si legge raramente.

Per uno studio legale, la probabilità di essere sanzionato specificamente per violazione dell'articolo 4 è, oggi, relativamente bassa: le autorità stanno partendo dai sistemi ad alto rischio e dai grandi deployer. Se il ragionamento si ferma qui, la conclusione è "aspettiamo".

Sarebbe un errore, perché il rischio serio per uno studio legale è un altro, ed è molto più concreto:

Rischio deontologico e di responsabilità professionale. Un atto depositato con riferimenti giurisprudenziali inventati dal modello è un danno al cliente e alla reputazione dello studio, con possibili conseguenze in sede disciplinare. Nel marzo 2025 il Tribunale di Firenze ha esaminato un caso di questo tipo.

Rischio sul segreto professionale. Documenti di causa incollati in un piano consumer di un servizio di AI generativa possono finire nell'addestramento del modello. È un problema di GDPR e, prima ancora, di segreto professionale.

Rischio da mancata governance in caso di contestazione. Nel momento in cui qualcosa va storto (un reclamo, un data breach, una contestazione del cliente) la domanda che arriva è: quali misure aveva adottato lo studio? Un registro della formazione e una policy scritta sono la differenza fra una posizione difendibile e una indifendibile.

L'articolo 4, in altre parole, non è il rischio: è lo strumento con cui si documenta di aver gestito gli altri tre. È per questo che conviene trattarlo bene invece che minimamente.

Che cosa deve contenere la formazione

La norma non impone un programma. Un percorso che regge a una verifica, per uno studio legale, copre almeno questi punti:

  1. Come funziona davvero un modello linguistico: abbastanza da capire perché genera citazioni inesistenti con la stessa sicurezza con cui genera quelle vere. È il modulo che previene il danno più grave.
  2. Il perimetro dell'AI Act: deployer, classi di rischio, cosa si applica allo studio e cosa no.
  3. Dati, segreto professionale e GDPR: differenza fra piani consumer, business e API; che cosa non deve mai entrare in un prompt.
  4. Verifica dell'output: protocolli di controllo delle fonti; quando l'AI è utilizzabile e quando no.
  5. Casi d'uso concreti per lo studio: ricerca, sintesi documentale, prima bozza, traduzione, gestione dello scadenzario. Con i limiti di ciascuno.
  6. La policy interna: chi può usare cosa, su quali dati, con quale supervisione.
  7. La documentazione: come si tiene il registro e cosa ci si mette dentro.

Il registro: il documento che serve davvero

L'articolo 4 non produce un attestato da appendere. Produce un registro: la traccia che dimostra chi è stato formato, quando, su cosa, e con quali aggiornamenti successivi.

Un registro adeguato contiene, come minimo:

  • l'elenco dei sistemi di AI utilizzati nello studio e da chi
  • le persone formate, con ruolo e data
  • i contenuti erogati e la durata
  • il materiale distribuito
  • la policy interna adottata e la data di adozione
  • il piano di aggiornamento, perché la formazione non è un evento una tantum: l'AI evolve e la conformità va mantenuta

L'ultimo punto è quello che quasi tutti trascurano. Un corso fatto una volta nel 2026 e mai più aggiornato, nel 2028 non dimostra granché.

Come lavoro con gli studi legali

Non arrivo con materiale generico sull'intelligenza artificiale.

Ho progettato e sviluppato LexDay, un gestionale cloud per studi legali: pratiche, calcolo automatico delle scadenze processuali, calcolatori legali conformi alla normativa vigente, parcelle e recupero crediti. Costruire software che deve produrre numeri giusti su termini processuali insegna, molto concretamente, dove l'automazione regge e dove va sorvegliata.

È lo stesso criterio che porto in aula: non che cosa l'AI promette, ma dove si rompe, e come accorgersene prima che finisca in un atto.

Il formato standard è una giornata da sei ore presso lo studio, divisibile in due mezze giornate, con il registro della formazione e una bozza di policy interna consegnati al termine. In presenza in Veneto, Lombardia e Canton Ticino, oppure online.

Domande frequenti

Uno studio legale di due persone è comunque obbligato?

Sì. L'articolo 4 non prevede soglie dimensionali: si applica a qualsiasi soggetto che utilizzi sistemi di AI nell'ambito della propria attività professionale, indipendentemente dal numero di collaboratori. Cambia la proporzionalità delle misure, non l'esistenza dell'obbligo.

Serve un attestato o una certificazione riconosciuta?

No. La norma non richiede una certificazione né indica un monte ore minimo. Serve poter dimostrare, in caso di verifica, che le persone che usano l'AI sono state formate in modo adeguato al ruolo e al rischio dei sistemi impiegati. In pratica l'articolo 4 non produce un attestato: produce un registro.

Il segreto professionale è compatibile con l'uso di ChatGPT?

Dipende dalla configurazione. Nei piani consumer dei principali servizi gli input possono essere usati per l'addestramento; nei piani business e nelle API, con l'atto di nomina a responsabile del trattamento ex art. 28 GDPR, di norma no. Sono condizioni che i fornitori cambiano, quindi vanno verificate al momento. La differenza è sostanziale sia sul piano deontologico sia ai fini del GDPR, ed è esattamente il tipo di distinzione che la formazione ex art. 4 deve chiarire a chi digita nel prompt.

Chi risponde se l'AI produce un errore in un atto?

L'avvocato. L'AI Act non incide sulla responsabilità professionale di chi deposita l'atto. Nel marzo 2025 il Tribunale di Firenze si è pronunciato su un atto che conteneva citazioni giurisprudenziali inesistenti prodotte da uno strumento di AI, e in altri ordinamenti si sono registrate sanzioni processuali per casi analoghi.

Quanto dura il percorso e quanto costa?

Per uno studio di piccole o medie dimensioni una giornata da sei ore, eventualmente divisa in due mezze giornate, copre il fabbisogno di base con margine. Il costo di mercato in Italia per una giornata in studio si colloca tipicamente fra 1.500 e 5.000 euro, spesso coperti in tutto o in parte dai fondi interprofessionali.